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Una palla senza corsia: la noia come solitudine che cerca un Tu

18 ott
Tempo di lettura: 4 min
Palla do bowling e birilli
palla e birilli

In altri articoli ho già affrontato il tema della violenza e della violenza giovanile. Di fronte agli ultimi fatti di cronaca, che vedono ragazzi minorenni compiere azioni violente contro sconosciuti, sento di dover continuare a interrogarmi. Non cerco giustificazioni, perché comprendere non significa assolvere. Cerco letture che permettano una narrazione non giudicante ma evolutiva, capace di chiederci non solo "che cosa hanno fatto?", ma "che cosa ci stanno dicendo?".


L'immagine della palla da bowling

Guardando questi fatti, in me affiora un'immagine: la palla del bowling e i birilli. La palla viene lanciata sulla corsia e, nella sua solitudine e nella sua individualità, colpisce i birilli che incontra. A volte cadono tutti, a volte alcuni. Non sceglie il birillo, non lo conosce e non ha con lui alcuna relazione. Sa soltanto che è lì, sulla sua traiettoria.

È un'immagine dura, ma può aiutarci a spostare lo sguardo. Dietro la violenza verso sconosciuti c'è spesso proprio questo: l'altro non è un Tu, è un ostacolo, un bersaglio, una superficie contro cui sentire qualcosa.


Partire da ciò che dicono loro: la noia come solitudine

Se vogliamo comprendere questi comportamenti, possiamo partire dai vissuti che i ragazzi e le ragazze stesse esprimono. E loro, quando provano a raccontarsi, parlano di noia.

Ma che cos'è davvero la noia? Spesso la liquidiamo come mancanza di stimoli, e per questo la riempiamo di attività, schermi, intrattenimento. Eppure oggi i ragazzi sono immersi negli stimoli e si annoiano lo stesso. Forse allora la noia non è vuoto di cose, ma vuoto di relazione.

Provo a leggerla così: la noia è un sentirsi soli. È una solitudine in cui l'Io non trova compagnia in un Tu, e quindi si smarrisce. Non riuscendo ad appartenere a nulla, non riesce ad appartenere nemmeno a se stesso. Allora gira su di sé, come una palla da bowling, e colpisce ciò che incontra. A volte l'impatto è l'unico modo per sentire di esistere.


Dall'Io al Tu: un evoluzione verso un noi maturo

È qui che la riflessione di Giovanni Salonia, maestro della Gestalt Therapy e della scuola di psicoterapia GTK, diventa preziosa. Il suo percorso "dall'Io al Tu" ci ricorda che l'Io non nasce da solo: nasce nella relazione. Si diventa Io perché qualcuno ci ha accolti come Tu, ci ha guardati, nominati, riconosciuti. L'identità non è un possesso individuale, è un evento relazionale.

In questa prospettiva l'appartenenza (nel suo senso di "fare parte") non è un semplice bisogno sociale. È un evento evolutivo. Appartenere a qualcuno, a una famiglia, a un gruppo, a una comunità, è ciò che permette di costruire la propria identità. Prima si è parte di un legame, poi si diventa qualcuno dentro quel legame. Senza appartenenza l'Io resta sospeso, senza confini sicuri e senza luogo in cui riconoscersi.

Quando questo processo si inceppa, il Tu manca. L'adolescente si ritrova con un Io che chiede di esistere ma non ha uno specchio vivo in cui riconoscersi. Può allora ricorrere a ciò che resta: il gesto che fa rumore, l'azione che produce un effetto, l'urto.


Il Noi maturo nella società liquida

L'approdo di questo cammino, nella lettura di Salonia, è il Noi. Non un Noi fusionale, che cancella le differenze e chiede di somigliarsi, ma un Noi maturo e realistico, in cui Io e Tu restano distinti e si appartengono.

Il mondo in cui i nostri ragazzi crescono, però, è quello che Zygmunt Bauman ha chiamato società liquida: legami fluidi, provvisori, facilmente sostituibili. Appartenenze che si connettono e si disconnettono con un clic. In un contesto simile il Noi non è più dato dalla tradizione o dal luogo, va costruito, e richiede presenza, tempo e continuità, tutte cose che la liquidità tende a erodere. A questo si aggiunge il cyberplace, lo spazio ibrido online e offline in cui i giovani vivono, dove si può essere in contatto con tutti restando profondamente soli.

Per questo il Noi di oggi dev'essere insieme maturo e realistico: capace di reggere la fragilità dei legami senza illudersi che bastino le connessioni, e di offrire appartenenze vere, anche se non eterne.


Che cosa possiamo fare noi adulti

Una lettura evolutiva ci restituisce una responsabilità, non una colpa. Se la violenza è anche il grido di un Io che non trova un Tu, allora la risposta non può essere soltanto il controllo o la punizione. Serve diventare Tu possibili:


Esserci davvero. Non basta la vigilanza, serve la presenza. Un adulto che c'è, accanto e non sopra, è già un evento di appartenenza.

  • Dare nome alla noia. Chiedere "con chi sei, quando ti annoi?" apre uno spazio diverso da "che cosa vuoi fare?".

  • Costruire luoghi di Noi. Scuole, famiglie, gruppi, comunità in cui un ragazzo possa dire "io sono parte di questo".

  • Restituire l'altro come persona. Educare al contatto significa permettere di riconoscere che il birillo ha un volto.


La palla da bowling non smette di colpire perché la rimproveriamo. Smette quando incontra qualcosa che la accoglie, che le dà una direzione e un luogo in cui fermarsi. Forse la domanda che ci spetta è questa: quanti Tu abbiamo reso disponibili ai nostri ragazzi?

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