top of page

Corpi oltre lo schermo: la ricerca di contatto nell’era del Sé digitale

Dita su uno schermo

Nel panorama contemporaneo, dominato da una digitalizzazione che spesso percepiamo come alienante o "virtuale" nel senso di astratta, l’ultimo lavoro di Vittorio Gallese Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, rappresenta una bussola fondamentale. Non si tratta semplicemente di un’analisi sociologica sull’uso degli smartphone, ma di una rilettura radicale di come il nostro sistema corpo-mente abiti la rete.

Al centro di questa rivoluzione c'è il concetto di simulazione incarnata, una teoria neuroscientifica che affonda le sue radici nella scoperta dei neuroni specchio. Questa classe di neuroni si attiva sia quando compiamo un'azione in prima persona, sia quando osserviamo qualcun altro compiere la stessa azione. Gallese ci mostra che la simulazione incarnata è proprio il meccanismo cerebrale che ci permette di mappare le azioni, le intenzioni e le emozioni altrui sul nostro stesso corpo, creando una risonanza immediata e pre-razionale. Quando guardiamo uno schermo, questo meccanismo non si spegne: il nostro cervello non fa distinzione tra l'esperienza fisica e quella digitale, continuando a simulare e a vivere il virtuale attraverso la carne.

 


Copertina del libro Il sé digitale di Vittorio Gallese

Per comprendere la portata di questa trasformazione, voglio proporvi una breve analisi del libro di Gallese seguendo tre punti che ho ritenuto focali, dalla lettura del libro, arricchiti da una prospettiva fenomenologica e clinica legata alla teoria della Gestalt Therapy.

 

La Simulazione Incarnata nel cyberspazio

Contrariamente all'idea che il virtuale sia un luogo "disincarnato", Gallese dimostra come il nostro cervello continui a simulare le azioni e le emozioni che osserviamo sullo schermo. Il nostro sistema motorio e viscerale non resta inerte: continua a vivere l'esperienza digitale come un'estensione del proprio campo d'azione.

Un esempio lampante è ciò che accade quando guardiamo un video online, magari di un atleta che corre o di una persona che piange: non stiamo solo elaborando informazioni visive, ma il nostro sistema specchio simula internamente lo sforzo muscolare o la morsa emotiva della tristezza. Lo stesso accade nei videogiochi o nella fruizione dei social network: la tecnologia non sostituisce il corpo, ma ne amplifica la risonanza, proiettando il nostro Sé ben oltre i confini fisici della stanza in cui ci troviamo.

 

Il corpo non scompare: la riprogrammazione in chiave Merleau-Ponty

Molti approcci apocalittici vedono la tecnologia come la tomba della corporeità. Seguendo la lezione del filosofo Maurice Merleau-Ponty, la prospettiva de Il Sé digitale ci suggerisce invece l'esatto contrario: il corpo è sempre il "punto zero" imprescindibile della nostra esperienza, il mezzo attraverso cui apriamo il mondo. Nel digitale, il corpo non scompare affatto, ma viene riprogrammato.

Merleau-Ponty definiva il corpo proprio come soggetto attivo e non come oggetto: noi non "abbiamo" un corpo, ma "siamo" un corpo. Nel contesto digitale, questo corpo si fa corpo-tecnologico. Pensiamo a come guidiamo l'auto o a come usiamo una penna: dopo un po', lo strumento diventa un'estensione del nostro schema corporeo. Lo stesso accade oggi con lo smartphone. Quando digitiamo velocemente un messaggio, non pensiamo ai movimenti delle dita sull'interfaccia: il dispositivo è integrato nel nostro modo di muoverci, di percepire lo spazio e di estendere la nostra presenza nel mondo. Non siamo di fronte a una perdita di fisicità, ma a una sua potente riconfigurazione.

 

Lo schermo come ponte: l'epifania del tocco aptico e la ricerca di contatto

Il terzo punto di svolta riguarda la metamorfosi dello schermo. Spesso vissuto come una barriera fredda o uno specchio narcisistico, il display si trasforma oggi in un ponte aptico e tattile. Non è più una superficie passiva da guardare, ma una membrana sensoriale vibrante che richiede e stimola un impegno tattile costante.

Questa riconfigurazione risponde a un bisogno umano profondamente ancestrale: la ricerca di contatto. Pensiamo all'atto di scorrere il feed dei social (lo swiping) o al gesto di zoomare una foto con le dita: stiamo letteralmente "toccando" l'altro e i suoi contenuti. In clinica e nel lavoro quotidiano con la sofferenza relazionale, osserviamo come il digitale sia tutt'altro che un deserto affettivo; è, al contrario, una piazza satura di emozioni dove le persone cercano disperatamente forme di riconoscimento e di vicinanza. Lo schermo diventa la pelle di una relazione possibile, un’interfaccia che, se ben compresa e abitata, permette di accorciare le distanze, trasformando il semplice "click" in un gesto di ricerca autentica dell'altro.

 

Verso una nuova consapevolezza

La sfida contemporanea non è dunque il rifiuto moralistico della tecnologia, ma lo sviluppo di una consapevolezza che riconosca la nostra immutata natura incarnata. Come professionisti della cura, il nostro compito è aiutare le persone – in particolare le famiglie e gli adolescenti che affrontano la complessità del cambiamento – a comprendere che, anche dietro la mediazione di uno schermo, siamo sempre e comunque corpi che cercano corpi, menti che cercano risonanze.

Il "Sé digitale" non è una finzione o un Io depotenziato, ma un’espansione del nostro essere-nel-mondo. Se impariamo a educare alla presenza e all'ascolto, questa estensione tecnologica può smettere di isolarci e trasformarsi in un luogo di straordinaria ricchezza e sintonizzazione relazionale.

Commenti


© 2035 by DR.Marco Volante Powered and secured by Wix

bottom of page