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L’adolescenza che esplode: quando la fragilità prende a pugni il mondo

Giovane che urla

La violenza adolescenziale spaventa, indigna, polarizza. E spesso viene raccontata in modo semplice: “ragazzi senza valori”, “famiglie assenti”, “social che rovinano tutto”. Queste letture possono cogliere pezzi di verità, ma rischiano di perdere il punto principale: molti agiti violenti non parlano di forza, bensì di una fragilità che non trova parole.

Parlando di adolescenza che esplode, vogliamo parlare di violenza agita: bullismo, dinamiche di branco nelle baby gang, acting-out distruttivi. In questi fenomeni il gesto non è solo un comportamento deviante da correggere: può essere anche un messaggio, crudele e maldestro, che segnala un fallimento della funzione simbolica.

Se la dipendenza “anestetizza” il confine e il ritiro lo “sigilla”, la violenza lo investe con una scarica motoria, spesso cieca. È un modo drammatico di dire: “Non so come arrivare a te, ma devo pur impattare da qualche parte”.


Il corpo che prende la parola

Quando la funzione simbolica è in difficoltà, è il corpo a farsi linguaggio. Là dove non esiste una frase possibile, compare un atto; dove non c’è elaborazione, c’è collisione.

La violenza diventa così una traduzione corporea di contenuti emotivi che non hanno trovato cittadinanza nella mente: angosce non nominabili, sentimenti confusi, una mancanza interna che fa paura. L’altro — compagno, passante, “rivale”, perfino amico — può trasformarsi nel bersaglio su cui proiettare ciò che non si riesce a reggere.

In questo senso l’atto violento non è solo un attacco all’altro: è anche un tentativo (fallimentare) di riparare un vuoto interno, di sentirsi “qualcuno” attraverso l’impatto.


Il branco e l’Io “azzerato”: identità in prestito

Nelle aggregazioni giovanili, soprattutto quando diventano massa indifferenziata, il gruppo può offrire un vantaggio immediato: appartenenza, protezione, visibilità. Ma in alcune situazioni questa appartenenza si costruisce su un patto implicito: “Esisti se ti adegui”.

In questa prospettiva, la violenza non è l’espressione di un Io ipertrofico e forte. Può essere invece il sintomo di un Io impoverito, “azzerato”, che cerca legittimazione identitaria dentro il gruppo. L’atto violento produce un segno: una “firma” che dà consistenza momentanea.

Un adolescente che da solo non avrebbe mai aggredito qualcuno, nel gruppo partecipa a un pestaggio “per non perdere la faccia”. La decisione non nasce da un desiderio personale chiaro, ma da una pressione relazionale: essere dentro o essere fuori. In quel momento il gruppo diventa un “esoscheletro” identitario: sostiene, ma anche anestetizza coscienza e responsabilità.


Tra speranza e impossibilità, la adolescenza che esplode: esperienza di un contatto mancato

C’è un punto, spesso ignorato nel dibattito pubblico, che riguarda il cuore relazionale dell’adolescenza. Da un lato la disperata speranza di raggiungere l’altro; dall’altro la disperata incapacità di farlo.

Quando questa tensione diventa insopportabile, l’energia non trova canali mediati: esplode.

A complicare le cose, talvolta c’è una storia più precoce: un’infanzia in cui i vissuti emotivi sono stati appresi in modo confuso o mistificato. Pensiamo a quei contesti in cui i messaggi verbali degli adulti smentiscono la realtà corporea della relazione: parole “dolci” che coprono ostilità non verbali, rassicurazioni che negano la paura percepita, affetto proclamato ma non sentito.

In questi casi il ragazzo può crescere analfabeta emotivo: non perché non provi, ma perché non dispone delle parole “create” e corrette per riconoscere e ordinare ciò che sente.

Nel sociale, allora, può accadere un cortocircuito: l’Altro non è più un rivelatore del mio intimo, ma un ostacolo. E quando l’altro è solo un ostacolo, diventa più facile trattarlo come un oggetto biologico da abbattere.


Aggressività sana e violenza distruttiva: non è la stessa cosa

Confondere aggressività e violenza è un errore che paga caro, perché impedisce di vedere una risorsa vitale.

L’aggressività, nel suo senso originario (ad-gredi, andare verso), è energia di contatto: serve per affermarsi, esplorare, differenziarsi, incidere sul mondo. È ciò che permette di dire “io” senza distruggere “tu”.

Ma quando questa spinta viene cronicamente inibita, umiliata, o privata di canali simbolici, può ristagnare e deformarsi. Senza una grammatica della lotta paritaria — quella capacità di confrontarsi sul confine senza annientare — l’adolescente può saltare il passaggio della mediazione e andare direttamente all’atto.

È un’immagine forte, ma chiarissima: non morde più per “masticare” e comprendere; morde per distruggere.


Cosa ci chiede questa violenza (anche quando ci spaventa)

La violenza adolescenziale ci mette di fronte a un compito scomodo: non giustificare, ma comprendere. Comprendere non significa assolvere. Significa riconoscere che, dietro certi gesti, spesso c’è:

  • un fallimento del linguaggio e della simbolizzazione;

  • una fame di contatto non riuscito;

  • un’identità che cerca forma e consistenza;

  • un dolore che non sa farsi racconto.

E allora la domanda, per chi educa, cura, insegna, accompagna, governa è: quali spazi di parola stiamo offrendo?

Spazi in cui sia possibile nominare, litigare senza devastare, vergognarsi senza sparire, essere arrabbiati senza diventare pericolosi.

Perché quando la parola torna disponibile — quando qualcuno aiuta a tradurre l’impulso in significato, il corpo in racconto, la paura in domanda — la violenza smette lentamente di essere l’unico alfabeto.


In conclusione

Forse curare, qui, significa proprio questo: restituire parole là dove c’è stato solo impatto. Aiutare l’adolescente a fare esperienza che il confine con l’altro può essere contattato, non sfondato.

Non sempre riusciremo a prevenire l’atto. Ma possiamo lavorare perché non diventi identità. Possiamo seminare linguaggio, costruire simboli, offrire relazioni abbastanza affidabili da reggere l’urto.

E, soprattutto, possiamo ricordare che ogni volta che un ragazzo colpisce, spesso sta dicendo — male e nel modo peggiore — che non è riuscito a farsi ascoltare.

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Riferimenti Bibliografici

Perls, F. (1995). L'io, la fame, l'aggressività. FrancoAngeli.

Pigozzi, L. (2019), Adolescenza zero. Hikikomori, cutters, ADHD e la crescita negata, Milano, Nottetempo.

Salonia, G. (1989). Dal noi all'io-tu: contributo per una teoria evolutiva del contatto. Quaderni di Gestalt, V(8-9), 45-53.

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