Lo spazio del "tra": l'adolescenza si specchia nel mondo adulto
- volantemarco
- 1 lug
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Ci sono sere in cui Villa Queirolo, a Rapallo, sembra sospesa sul mare, ma lo scorso venerdì 26 giugno è diventata qualcos'altro: un porto sicuro in cui fermarsi ad ascoltare. L'occasione è stata il talk pubblico "Tra Corpo e Parola: Adulti in ascolto, adolescenti in cambiamento". L’intento non era quello di osservare i ragazzi da una distanza di sicurezza, etichettando i loro comportamenti o leggendoli come un "problema da risolvere", ma abitare quella distanza, colmarla, e costruire una cornice di senso capace di unire l'esperienza dei giovani a quella degli adulti che li accompagnano.
Nell'introdurre i lavori, ho voluto proporre una chiave di lettura radicata nella psicoterapia della Gestalt: l’adolescenza come lo "stare tra". Non una patologia, né una fase da sopportare in apnea, ma una terra di mezzo — un già e non ancora — che si gioca costantemente lungo tre polarità fondamentali. Polarità che, se abbiamo il coraggio di guardarci dentro, appartengono intimamente anche a noi adulti.
La prima è: tra forza e fragilità. Quella dinamica così ben espressa dai versi di Elisa nella sua canzone Anche fragile: «Io un confine non lo so vedere / Sai che non mi piace dare un limite, un nome alle cose… Quella forte sì, però anche quella fragile». I ragazzi oscillano, cercano un limite e al contempo lo rifiutano, mostrandoci che si può essere roccia e cristallo nello stesso istante.
C'è poi lo spazio tra bisogno e desiderio, quanto è difficile ascoltare i propri bisogni e seguire i propri desideri. In un'epoca, come la nostra, che schiaccia il desiderio trasformandolo in consumo immediato, i ragazzi faticano a sognare. Per loro è una sfida continua, è forse la sfida vera dell’adolescenza, staccarsi dai bisogni dell’essere bambino, che sanno ancora molto di latte, per ritrovarsi a desiderare la propria autonomia e indipendenza. Ma come insegna Giovanni Salonia «quando l’uomo ascolta il proprio cuore, il proprio corpo sperimenta che il desiderio genuino si incarna in una relazione, e dentro tale relazione si trova il suo ordo». E qui scatta la nostra responsabilità di adulti: il saper dare una relazione che dia la possibilità di fare esperienza di appartenenza. Che sia la famiglia o un contesto altro, sperimentare appartenenza è lo sfondo che consente di crescere nella propria individualità. Un'appartenenza sana è quella in cui gli adulti sanno accompagnare il ragazzo o la ragazza verso il desiderio di diventare adulti di lasciare il porto e prendere il largo. Come ha ricordato Dott.ssa Laura Pigozzi, «Se i figli non ci vedono desiderare, come potranno desiderare per loro stessi?». Il desiderio è contagioso; se noi adulti spegniamo il nostro, lasciamo i ragazzi al buio.
Infine, il movimento tra corpo e parola. Il corpo dell'adolescente cambia, si impone, a volte fa male. Diventa il primo palcoscenico del vissuto emotivo quando la parola manca. Il nostro sforzo deve essere quello di capire prima, parlare meglio, agire insieme, affinché il corpo non debba portare da solo il peso di ciò che non viene detto.
La fotografia del territorio: cosa dicono i dati
Questa cornice teorica ha trovato un riscontro immediato e concreto nei dati del nostro territorio. La Dott.ssa Serena Musso Capozzi, pedagogista di Le Metamorfosi aps, ha presentato i risultati dell'indagine conoscitiva condotta di recente, offrendo una fotografia nitida e a tratti dolorosa.

I dati ci dicono chiaramente che la grande maggioranza degli intervistati percepisce un aumento verticale, "molto o moltissimo", del disagio adolescenziale negli ultimi 2-3 anni. Un malessere che si concentra in quattro aree sensibili: le dipendenze (incluse quelle digitali), l'aggressività e il bullismo, il ritiro sociale e il disagio corporeo, che si esprime attraverso l'autolesionismo e i disturbi alimentari.
Ma l'indagine ha svelato anche un'altra verità: gli adulti sono in cerca di strumenti. Molti dichiarano di non sentirsi pienamente "attrezzati", soprattutto sul piano delle parole e della decodifica dei segnali. Il dialogo è difficile per motivi concreti: mancano il tempo e gli spazi reali, pesa la fatica della comprensione reciproca e c'è una forte paura del conflitto, con il digitale che fa da sfondo trasversale a ogni dinamica. C'è però un'indicazione preziosa che emerge oltre l'emergenza: se per il disagio grave ci si rivolge ai servizi specialistici, i dati suggeriscono l'utilità urgente di rafforzare una rete di prossimità (famiglia-scuola-territorio) capace di intercettare i segnali prima che sia troppo tardi.
Alle radici del disagio: prendersi cura di una relazione
Il testimone è passato poi alla Dott.ssa Laura Pigozzi, psicologa e psicoanalista, che ha guidato il pubblico in un dialogo intenso dal titolo "Adolescenti, relazioni e disagio: il fiore che non sboccia". Con una lucidità clinica profonda, la Dott.ssa Pigozzi ha scardinato molti luoghi comuni. Il suo punto di partenza è stato quello di portarci a vedere come le dipendenze — di qualsiasi natura esse siano, dalle sostanze alla tecnologia — non nascano negli oggetti di consumo o nelle cattive frequentazioni. La loro radice va cercata più indietro, nella qualità della cura, nel delicato e necessario equilibrio tra le funzioni del materno e del paterno. Questo ci ha permesso di riflettere come il disagio delle e degli adolescenti è sempre legato alla relazione con le figure primarie.

Il dibattito che è seguito con il pubblico in sala è stato vibrante, toccando da vicino alcuni fenomeni del disagio odierno. Partendo dalle domane del pubblico si sono potuti toccare i temi degli hikikomori, l'impatto del contesto sociale, il concetto del plusmaterno. Ma il momento forse più intenso e commovente della serata è nato da una domanda dal pubblico: come può una madre rimasta vedova incarnare e portare da sola la funzione paterna a due figli adolescenti? La risposta della Dott.ssa Pigozzi è stata di una profondità enorme. Ha spiegato che la funzione paterna non richiede necessariamente una presenza fisica, ma può essere trasmessa dalla madre facendo parlare il padre. Rendendolo presente attraverso i ricordi, evocando il suo pensiero, il suo sguardo e le sue parole nel dialogo quotidiano con i figli. Quell'assenza si trasforma così in una presenza simbolica potente, un terzo che protegge la relazione dal rischio di una chiusura simbiotica.
Accogliere la fatica di essere adulti: appartenenza e crescita condivisa
Uscire da Villa Queirolo quella sera spero abbia lasciato a tutti una consapevolezza: essere genitori e adulti di riferimento oggi comporta una fatica immensa. La fatica di restare fermi nella tempesta, di accettare le proprie fragilità mentre si cerca di proteggere quelle dei figli, di ammettere di non avere sempre la risposta pronta.
Crescere è difficile, ma accompagnare la crescita lo è altrettanto. Ed è proprio in questa crepa, in questa richiesta d'aiuto non sempre espressa, che si inserisce il lavoro dell'associazione Le Metamorfosi. Con la nascita del Centro per le relazioni familiari "Caracol", vogliamo che nessuno debba vivere questa fatica in solitudine. Caracol nasce per essere un punto di riferimento fermo sul territorio, uno spazio di ascolto e di sostegno pensato prima di tutto per gli adulti, per offrire luoghi di decodifica, condivisione e vicinanza relazionale.
Perché, in fondo, il segreto sta nel modo in cui decidiamo di stare in questa fatica. Nella prospettiva della Gestal Therapy, l’adolescenza è per definizione il tempo in cui si ridefinisce radicalmente il bisogno di appartenenza. I ragazzi non stanno semplicemente rifiutando le regole; stanno cercando faticosamente nuove forme di appartenenza sociale ed evolutiva, sganciandosi dallo sfondo familiare per trovare il proprio posto nel mondo. È in questo passaggio delicatissimo che emerge la nostra responsabilità di adulti: dobbiamo saper rimanere nel presente delle situazioni, senza fare paragoni con il passato o con "come eravamo noi". Si cresce nelle e con le difficoltà solo se viviamo la pienezza e la ricchezza di una relazione presente, capaci di riconoscere e validare il bisogno dei nostri figli di appartenere a una storia nuova, unica, vedendoli nella loro assoluta specificità e non come proiezioni di noi stessi.
Se riconosciamo l'adolescenza che ancora pulsa in noi e nella società di oggi; se riusciamo a coniugare la nostra autorevolezza con la curiosità e la disponibilità ad apprendere dai giovani; se sappiamo dare indicazioni ma, nello stesso tempo, accogliere il loro bisogno di differenziarsi e di appartenere altrove, ascoltandoli con profondo interesse; se sappiamo coniugare il voler loro bene con la fiducia, e il dare ordini con il rispetto del loro disordine... allora, e solo allora, non staremo semplicemente "gestendo" dei ragazzi. Staremo offrendo loro un terreno sicuro su cui poggiare i piedi per spiccare il volo, e cresceremo assieme a loro.



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