Social Media: e se il problema fossimo noi adulti?
- volantemarco
- 1 apr
- Tempo di lettura: 3 min

Spesso, quando parliamo di adolescenti e social network, la narrazione prevalente è quella dell'allarme: i social vengono additati come luoghi di malessere, dipendenza o pericoli estremi. Ne è un ultimo esempio il dibattito suscitato dalla recente sentenza di un tribunale federale statunitense nel caso Social Media Adolescent Addiction Litigation.
Sebbene queste criticità esistano, ridurre il fenomeno ad una semplice "influenza negativa" rischia di renderci ciechi di fronte alla complessità della realtà odierna: i social sono diventati lo spazio di vita nel presente delle persone.
Il punto, a mio parere, non è quanto i social media siano nocivi in sé, ma quanto noi adulti siamo capaci di abitarli con consapevolezza e di guidare i ragazzi e le ragazze in questo spazio che è ormai un luogo antropologico a tutti gli effetti. Proviamo a fare qualche riflessione.
Dal "Cyberspace" al "Cyberplace": abitare l'Interrealtà
Per comprendere l'uso che gli adolescenti fanno dei social, dobbiamo superare l'idea di internet come un semplice strumento tecnico e vederlo come un cyberplace: uno spazio ibrido dove la vita online e quella offline si incontrano senza soluzione di continuità.
In questa "interrealtà", i ragazzi non usano solo un servizio, ma costruiscono la propria identità.
Come sottolinea Vittorio Gallese nel suo lavoro Il Sé digitale (2026), l’esperienza mediata non è "meno reale" di quella fisica. Attraverso i meccanismi di simulazione incarnata, il nostro cervello vive l’interazione digitale con un coinvolgimento corporeo profondo. L’identità digitale non è una maschera, ma un’estensione della nostra funzione-personalità. Il rischio non è il mezzo digitale, ma la perdita di consapevolezza del contatto: quando l'interazione diventa un "abbuffarsi" di contenuti senza lasciare che il "non-sé" venga realmente assimilato, il contatto viene interrotto.
La "Traità" e gli adulti come "Scogli Solidi"
Il cuore dell'esperienza digitale è la traità: quel "confine di contatto" che è lo spazio dell’incontro tra l’Io e il Tu. In questo spazio, la chiave non risiede nella competenza tecnologica, ma in quella relazionale. In altri termini ciò che conta è la qualità della relazionalità che sappiamo offrire.
In questo "interregno" tra la vecchia solidità e la modernità liquida, noi adulti dobbiamo essere come quegli scogli solidi su cui i ragazzi poggiano i piedi per guardare il mare: punti di riferimento stabili (il "sostegno delle braccia del padre") che permettono di fare passi certi e sicuri verso il mondo. Se siamo capaci di vivere una relazionalità sana offline, saremo in grado di portarla anche online.
La responsabilità delle piattaforme e la regolamentazione co-costruita
Il dibattito sulla sicurezza dei minori è stato scosso dalle recenti sentenze negli Stati Uniti, dove Meta e Google sono state ritenute legalmente responsabili per aver progettato algoritmi studiati deliberatamente per creare dipendenza negli adolescenti, anteponendo i profitti alla salute mentale. Questa verità giudiziaria conferma che il problema non è solo individuale, ma strutturale.
Tuttavia, come evidenziato da Giovanna Mascheroni, la soluzione non può risiedere nel solo proibizionismo. Una regolamentazione imposta dall'alto (come il divieto totale degli smartphone) rischia di ignorare i bisogni e i contesti di vita dei ragazzi, spingendoli verso usi meno sicuri. La vera protezione nasce dalla regolamentazione co-costruita:
Educazione alla consapevolezza critica: Trasformare il limite in un confine negoziato e spiegato, aiutando i ragazzi a decodificare le logiche del profitto che stanno dietro alle notifiche incessanti.
Il patto educativo: Non si può delegare la sicurezza ai tribunali o ai filtri tecnologici. Serve un impegno attivo dell'adulto che resti presente e in ascolto, fungendo da sostegno ambientale per favorire la differenziazione consapevole tra Sé e l'ambiente digitale.
In conclusione, i social network non sono territori da cui fuggire, ma spazi da abitare con intelligenza. La protezione dei minori passa certamente per una maggiore responsabilità legale delle aziende, ma non può prescindere dalla nostra capacità di restare presenti come figure di sostegno. Il cuore della relazione resta, e resterà sempre, profondamente umano.
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Bibliografia utile
Gallese, V. (2026). Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Un testo che esplora come le neuroscienze spieghino la nostra esistenza nei mondi digitali, mettendo al centro il corpo e la simulazione incarnata come basi dell'empatia anche online.
Riva, G. (2016). I social network. Bologna: Il Mulino.
Il testo fondamentale per approfondire i concetti di cyberplace e interrealtà, essenziali per comprendere come lo spazio digitale sia diventato un luogo antropologico e relazionale.
Mascheroni, G. (2024). Per i bambini. Le sfide di IA, algoritmi, media digitali ai diritti dell'infanzia. Milano: Mondadori Education.
L'autrice affronta le sfide poste dall'intelligenza artificiale e dagli algoritmi, proponendo un approccio che metta al centro i diritti e il benessere dei minori oltre la logica dell'allarmismo.
Mascheroni, G. (2026, 6 febbraio). Perché limitare lo smartphone non è la soluzione. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Disponibile al link: https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/limitare-smartphone/


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