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La fatica di stare accanto: il confine di contatto come bussola nel digitale




Mani al cellulare


C’è un momento, durante i nostri incontri di "Genitori nella Rete", il laboratorio che stiamo portando avanti con i genitori a Rapallo, in cui il silenzio in sala diventa denso. È accaduto durante la nostra seconda serata, quando abbiamo smesso di parlare "dei" figli e abbiamo iniziato a sentire noi stessi.

Per esplorare il tema dello "stare accanto", abbiamo proposto un esercizio fisico: camminare l’uno verso l’altro, fermarsi, oltrepassare il confine dello spazio dell'altro. Abbiamo sentito nel corpo la paura dell’invasione, l'esitazione del contatto, il sollievo della giusta distanza. È in questa dinamica, profondamente analogica e corporea, che si gioca la nostra partita educativa nel mondo digitale.


Il confine non è un muro, ma pelle che sente

Spesso immaginiamo il confine come una barriera o un divieto. La psicoterapia della Gestalt ci ribalta questa prospettiva, insegnandoci che il confine è, in realtà, il luogo dove accade la vita. Come scrivono Perls, Hefferline e Goodman:

 

“L’esperienza si verifica ai confini tra l'organismo e il suo ambiente, fondamentalmente nell'epidermide e negli altri organi di risposta sensoriale e motoria.”

 

Se applichiamo questa visione alla relazione con i ragazzi e le ragazze, capiamo che l’educazione non avviene "dentro" di noi o "dentro" di loro, ma proprio lì, su quel confine di contatto fatto di sguardi, parole e schermi condivisi. Il confine è come la nostra pelle: ci permette di individuare la nostra identità e il nostro sé, ma è anche lo spazio relazionale dove curiamo la vicinanza, sapendo porre il nostro limite e rispettando quello dell’altro: impariamo l’appartenenza.


Dal corpo al "Cyberplace"

Questa dinamica di incontro e scoperta, che abbiamo sperimentato fisicamente in aula, non si interrompe davanti a uno schermo. Al contrario, si sposta in quello che definiamo Cyberplace.

Il Cyberplace non è un semplice "spazio virtuale" contrapposto a quello reale, né un vuoto tecnologico fatto di soli bit. È, a tutti gli effetti, un luogo dell’esperienza mediata dove il confine di contatto si estende. Qui, la citazione di Perls e Goodman risuona con una forza nuova: se l’esperienza avviene nell’epidermide e negli organi sensoriali, nel Cyberplace i nostri sensi vengono "prolungati" dalla tecnologia.

In questo spazio, il confine di contatto diventa più fluido e, proprio per questo, richiede una vigilanza maggiore. Abitare il Cyberplace non significa monitorare tecnicamente quali app usano i nostri figli, ma interrogarci sulla qualità della nostra presenza.

Nel Cyberplace, ciò che garantisce la sicurezza non è il muro del divieto, ma la consapevolezza del sentire. È un luogo dove l'intenzionalità e il riconoscimento dell'altro devono farsi più acuti per compensare la mediazione dello schermo. Come adulti, siamo chiamati a presidiare questo confine digitale non come doganieri, ma come guide che aiutano i ragazzi a percepire che, anche dietro un profilo social, l’incontro avviene sempre tra due "epidermidi" emotive, tra due esseri umani che cercano riconoscimento.


La fatica di stare accanto: oltre il "vietare"

Diciamocelo con franchezza: proibire, togliere il telefono o chiudersi nel sospetto è la via più semplice. La vera sfida, quella più faticosa ma generativa, è accettare la fatica dello stare accanto.

Accompagnare i ragazzi nel mondo digitale significa abitare il "tra" della relazione. È una postura che richiede di:

  • Contenere: essere l'argine sicuro per le loro scoperte.

  • Rispecchiare: restituire loro un senso di ciò che stanno vivendo online.

  • Sostenere: dare forza alle loro esperienze, aiutandoli a non sentirsi soli.

Solo se noi adulti abitiamo il confine con consapevolezza, i ragazzi possono imparare da noi a rispondere con umanità e responsabilità all’altro che trovano di fronte, anche attraverso un pixel.


Specchi credibili per crescere

Crescere non può e non deve essere un esercizio di solitudine. Come ci suggerisce Leonardo Mendolicchio nel suo ultimo lavoro “Diventerai uomo”: il percorso verso l'età adulta ha bisogno di qualcuno che sappia fare da sponda, di figure che non abbandonino il campo ma che si offrano come punti di riferimento solidi.

Per i nostri figli, noi siamo quegli "specchi" necessari. Ma per funzionare, dobbiamo essere specchi credibili: adulti che sanno stare nel conflitto e nella vicinanza, che sanno dire di no senza interrompere il contatto, e che sanno testimoniare che la rete è solo un altro luogo dove imparare a essere umani.

Stare accanto è, in fondo, l’unica posizione che trasforma il controllo in incontro.

 

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