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Adolescenti, sostanze e nuove fragilità: alcune riflessioni da Torino



Venerdì 13 marzo ho partecipato a Torino a un incontro particolarmente stimolante organizzato da Gruppo Abele e dalla rivista Animazione Sociale.

Il titolo dell’evento — Adolescenti e giovani che consumano sostanze — non era soltanto un tema di discussione accademica, ma un invito a guardare con maggiore lucidità le nuove geografie del disagio giovanile.

Non è stato il solito convegno costruito su allarmismi o statistiche allarmate. È stato piuttosto uno spazio di riflessione condivisa, nel quale provare a sospendere i giudizi e osservare il mondo giovanile con uno sguardo diverso: non come una “categoria morale” da valutare o correggere, ma come un fenomeno empirico che interroga profondamente la qualità della nostra presenza educativa e sociale.

Da quella giornata porto con me alcune riflessioni che vorrei condividere.


Il consumo come nuova “necessità” sociale

Oggi l’uso di sostanze ha cambiato profondamente significato.

Come ha sottolineato Mauro Croce (Università della Valle D’Aosta), siamo immersi in quella che può essere definita una “società dell’addiction”: una società che non si limita a rispondere ai bisogni, ma tende a produrre continuamente nuove necessità.


In questo contesto la sostanza assume funzioni molto precise nella vita dei giovani:

  • Performance e assertività

    Essere sempre “carichi”, pronti, performanti — nello studio, nel lavoro e perfino nelle relazioni intime.

  • Disinibizione

    Ridurre l’ansia del giudizio e la paura di non essere all’altezza, evitando così il rischio dell’esclusione sociale.

  • Appartenenza

    In un contesto di relazioni sempre più liquide e instabili, la sostanza diventa spesso un elemento di coesione simbolica, una sorta di collante culturale all’interno di gruppi generazionali spesso schiacciati su un presente senza prospettiva.


Il disorientamento dei genitori: tra colpa e vuoto

Il tema della famiglia è forse quello che più ci interpella, sia come professionisti sia come comunità.

Le storie che arrivano nei servizi raccontano spesso di una “emergenza esplosiva”: genitori che chiedono aiuto quando l’equilibrio familiare è già profondamente compromesso. Arrivano con un carico emotivo che oscilla tra rabbia, smarrimento e senso di impotenza.

Negli ultimi decenni sembra essersi prodotto un cambiamento significativo nel modello educativo.

Un tempo il riferimento era prevalentemente edipico:

il conflitto con la regola generava colpa, ma la colpa aveva anche una funzione orientativa.

Oggi assistiamo più spesso a un modello narcisistico, nel quale il mandato implicito rivolto ai figli è quello della prestazione e della riuscita.

  • La colpa di ieri

    Era dolorosa, ma funzionava come una bussola morale.

  • Il vuoto di oggi

    Quando un figlio inciampa, non si infrange soltanto una norma: crolla l’immagine ideale che la famiglia aveva costruito. Da qui nasce una vergogna profonda, spesso difficile perfino da nominare.

Durante il convegno è emersa una metafora potente: genitori e figli come falene intorno a un lampione.

Si pensa comunemente che la falena sia attratta dalla luce. In realtà accade qualcosa di diverso: la luce artificiale la disorienta, perché interferisce con i suoi sistemi naturali di orientamento, basati sulle stelle.

In modo analogo, molte famiglie oggi appaiono disorientate da una società iper-stimolante. In questo smarrimento diventa più difficile vedere il soggetto dietro il comportamento: la vita che scorre dietro il silenzio, la ribellione o il sintomo.


Verso una prevenzione di sistema

La vera sfida non è costruire una società drug-free — un obiettivo spesso più ideologico che realistico — ma restituire ai giovani prospettive e possibilità concrete di futuro.


Oggi fare prevenzione significa lavorare sul contesto sociale nel suo insieme:

  • rafforzare il ruolo educativo della scuola

  • promuovere condizioni di lavoro dignitose

  • rendere l’abitare accessibile, favorendo una reale autonomia dei giovani

  • sostenere la genitorialità non solo in chiave riparativa, ma come parte di una rete tra scuola, servizi e terzo settore

La prevenzione, in altre parole, non è soltanto un intervento clinico: è una questione di ecologia sociale.


La sostanza come appello alla relazione

Come psicoterapeuta della Gestalt, guardo a queste dinamiche attraverso la prospettiva dell’esserci-con.


In questa ottica il sintomo smette di essere un malfunzionamento interno all’individuo e diventa piuttosto un fenomeno che emerge nel campo relazionale tra persona e ambiente.


Il consumo di sostanze può allora essere letto come un potente appello alla relazione.


Spesso rappresenta un adattamento creativo temporaneo: il miglior compromesso che l’organismo riesce a trovare per sopravvivere in una determinata situazione.

Se un adolescente usa una sostanza per disinibirsi o per sentirsi parte di un gruppo, sta comunicando qualcosa di molto preciso: il suo confine di contatto con il mondo è diventato troppo doloroso, troppo rigido oppure, al contrario, eccessivamente poroso.

La sostanza funziona allora come una sorta di anestesia del contatto: un modo per tollerare una relazione con il mondo che ha smesso di essere nutriente.

Quando lo sfondo è segnato da povertà affettiva, standard prestazionali insostenibili e da una solitudine che il digitale spesso amplifica invece di colmare, il consumo diventa una risposta — disfunzionale ma comprensibile — a una profonda fame di senso.

Il nostro compito, dunque, non è semplicemente “riparare un cervello rotto”, secondo una visione puramente medicalizzante criticata da Hanna Pickard.

È piuttosto quello di sostenere la possibilità del contatto.

Aiutare i ragazzi — e le loro famiglie — a trasformare la pulsione, immediata e solitaria, in desiderio: un movimento relazionale e progettuale che può esistere solo nella presenza dell’altro.

Conclusione

Fare prevenzione oggi significa, prima di tutto, co-creare ambienti di sostegno.

Solo offrendo ai giovani un terreno sufficientemente solido sotto i piedi sarà possibile permettere loro di lasciare il sostegno artificiale della sostanza e tornare a rischiare la parte più difficile — e più bella — dell’esperienza umana: l’incontro autentico con l’altro.

 
 
 

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