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Cercavo te, ho trovato un algoritmo. La salute nell’era degli influencer



Il 12 giugno 2026, nell’antica cornice dell’Ex Convento dell’Annunziata a Sestri Levante, l’Associazione Italiana Donne Medico — sezioni Tigullio e Genova — ha ospitato un convegno che ha saputo fare quello che raramente riescono a fare i convegni scientifici: parlare al tempo stesso alla mente e al cuore.

“Influenzer o Contagio? La salute di genere nella società digitale”: già nel titolo c’è un’ironia tagliente e una domanda urgente. Chi ci influenza davvero, online? E cosa passa — come un virus silenzioso — attraverso i nostri schermi?


La salute nell’era degli influencer

Ad aprire i lavori è stata Lara Castelletti — Dirigente Medico Responsabile SS Neuroradiologia all’ASL 4 ATS Liguria, Presidente AIDM sez. Tigullio e Membro della Commissione Politiche di Genere dell’OMCeOGE — che ha tracciato il filo conduttore dell’intera giornata: la medicina di genere nell’era digitale. Non un approccio solo clinico, ma culturale: come il digitale trasforma la percezione della salute, e in modo diverso nei corpi e nelle esperienze di donne e uomini.



La protagonista del pomeriggio: Deborah Cohen e “Bad Influence”

Il momento più atteso è stata la presentazione del libro “Bad Influence: How the Internet Hijacked Our Health” di Deborah Cohen, in dialogo con Camilla Maberino (specialista in psichiatria e PhD in neuroscienze, socia AIDM).

Cohen è una figura di riferimento a livello internazionale: broadcaster e giornalista scientifica pluripremiata, già Science Editor per ITV News e Health Correspondent per BBC Newsnight durante la pandemia, è stata la prima a guidare l’unità di indagini del British Medical Journal (BMJ), dove si è occupata di regolamentazione dei farmaci, integrità della ricerca e conflitti d’interesse.

Il suo libro è un’inchiesta documentata e appassionata su come il mondo online stia trasformando — spesso in peggio — il nostro rapporto con la salute. Dalle campagne di influencer che promuovono farmaci dimagranti non approvati alle diagnosi generate dall’intelligenza artificiale, dagli wearable device ai test di screening “preventivi” promossi come stili di vita, Cohen mostra come la medicina stia cedendo terreno al marketing, e come le piattaforme digitali sfruttino la nostra ansia per la salute a fini commerciali. Non è solo una critica: è anche una mappa per orientarsi, per distinguere le informazioni affidabili dalla seduzione algoritmica.

Il dialogo con Camilla Maberino ha riportato questa inchiesta globale dentro la dimensione clinica quotidiana: i consultori, gli studi medici, i reparti, luoghi dove si incontrano persone che arrivano già “formate” da YouTube, da TikTok, da un’influencer che promette miracoli.


Le voci della clinica e della responsabilità

A dare concretezza al quadro tracciato da Cohen è intervenuta una voce della medicina di prossimità Matilde Pattaro, medico di medicina generale dell’ASL4 ATS Liguria, che ha portato casi clinici concreti tratti dalla pratica quotidiana: storie vere di persone che hanno cambiato le proprie scelte di salute a partire da contenuti trovati online. Un’analisi lucida e senza retorica sulle conseguenze reali della disinformazione — ma anche sui momenti in cui il digitale può aiutare.


Non tutto ciò che circola online è distorsione: lo ha dimostrato Emilia Solinas — Dirigente medico Cardiologa clinica e interventistica, Psicoterapeuta, Responsabile dell’Ambulatorio di Cardiologia di Genere e Psico-Cardiologia all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma — portando un esempio virtuoso di divulgazione scientifica online. Il suo approccio integrato mente-corpo, che unisce cardiologia, psiconeuroimmunologia e psicoterapia, si presta naturalmente a una narrazione digitale capace di essere al tempo stesso scientificamente rigorosa e umanamente accessibile: esiste una voce medica autorevole che può abitare lo spazio digitale senza rinunciare alla complessità.

A esplorare il ruolo dell’intelligenza artificiale nel panorama della salute digitale è stato poi Rafael Patron — AI Program Manager, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico di AIPIA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale). Patron ha portato una prospettiva insieme tecnica e critica: l’IA non è neutra. Ogni algoritmo risponde a incentivi, ogni chatbot medico è addestrato su dati che riflettono bias, lacune, asimmetrie di genere. AIPIA, che aderisce alla Rome Call for AI Ethics e ai principi dell’European AI Alliance, lavora esattamente per questo: perché l’intelligenza artificiale in Italia sia sviluppata con criteri etici, trasparenti e inclusivi.

A chiudere la sequenza degli interventi è stata Valentina Gaffoglio — social media manager di GGallery — che ha portato il pomeriggio dentro la macchina: il dietro le quinte del mondo influencer. Come si costruisce un post. Come l’algoritmo premia certi contenuti e ne penalizza altri. Come i meccanismi di engagement sfruttano esattamente le nostre fragilità emotive per tenerci agganciati. Una relazione che ha avuto il coraggio di mostrare cosa c’è davvero dentro la scatola nera dei social media.

Il pomeriggio si è concluso con una ricca discussione interattiva, nella quale il pubblico ha portato esperienze, domande e inquietudini — a conferma che i temi toccati non erano astratti, ma vissuti.


Il filo rosso: l’empatia

Guardando l’intero arco del pomeriggio — dalle riflessioni di Castelletti sulla medicina di genere, all’inchiesta di Cohen sugli influencer della salute, dagli ambulatori di Pattaro ai neuroni specchio dell’algoritmo raccontati da Patron, dall’approccio integrato di Solinas alla macchina dei social smontata da Gaffoglio — ho provato ad individuare un filo che attraversa tutto: il bisogno di contatto emotivo.


L’essere umano è costitutivamente in ricerca dell’altro. Non come accidente, ma come struttura.

I neuroni specchio — quei sistemi neurologici che ci fanno risuonare con ciò che osserviamo nell’altro — si attivano anche di fronte a uno schermo. L’immagine di un corpo che soffre, di un volto che sorride, di una voce che ci dice “anch’io ho vissuto questo” genera risonanza reale, biologicamente misurabile, anche se l’altro è pixelato.

Ed è qui che si nasconde il segreto del potere degli influencer: non vendono prodotti, vendono vicinanza. Non propongono soluzioni, offrono riconoscimento. “Ti capisco”, dice il loro post. “So cosa provi”, dice il loro Reel. Ed è a quella promessa di contatto che noi — esseri relazionali prima ancora che razionali — rispondiamo.

Lo stesso accade con l’intelligenza artificiale generativa: ogni sua risposta è ottimizzata per essere percepita come calda, comprensiva, presente. Non perché l’IA senta davvero, ma perché è stata addestrata su miliardi di parole umane che cercano connessione. Il risultato è una simulazione di empatia che può diventare una trappola, proprio perché assomiglia così tanto alla cosa vera.

Le “Bad Influence” non funzionano nonostante l’empatia, ma attraverso di essa. Usano la forma del calore per trasmettere contenuti che possono fare male.


L’antidoto: laboratori di consapevolezza

Se questo è il meccanismo, allora l’antidoto non può essere solo una campagna di fact-checking, né una lista di fonti affidabili da consultare. L’antidoto deve essere più profondo, deve toccare la stessa materia — emotiva, relazionale, corporea — che le Bad Influence sanno così bene manovrare.

L’unico vero antidoto è costruire laboratori di consapevolezza: spazi — fisici, scolastici, familiari, comunitari — dove a cominciare dagli adulti, donne e uomini possano sviluppare la capacità di ascoltare se stessi, di individuare e dare parola alle proprie emozioni, presenti nei corpi, anche quando si trovano di fronte all’altro — sia esso in presenza, o al di là di una chat, di un post, di uno schermo.

Non si tratta di diventare indifferenti al digitale, né di tornare a un’immaginaria purezza pre-tecnologica. Si tratta di imparare a distinguere la fame — quella vera, di contatto, di riconoscimento, di cura — dalla sua sostituzione algoritmica. Si tratta di sapere cosa si prova mentre si scorre un feed, di poter stare un momento con quella sensazione prima di agire. Di essere capaci di dire: questa cosa mi tocca, e voglio capire perché.

È il lavoro che la terapia conosce bene. È il lavoro che la scuola potrebbe fare, se avesse tempo e spazio. È il lavoro che i medici di medicina generale fanno ogni giorno, spesso senza saperlo, quando riescono a stare davvero di fronte a una persona invece di fissare lo schermo del computer.


Il convegno di Sestri Levante ha dimostrato che questo lavoro è possibile anche in un pomeriggio scientifico: quando le relazioni diventano narrazioni, quando i casi clinici diventano storie, quando l’inchiesta giornalistica incontra la pratica terapeutica, succede qualcosa di raro. Succede che il sapere si fa incontro.

E allora sì, l’empatia può battere la Bad Influence. Ma occorre sceglierla ogni volta, con consapevolezza. Anche — soprattutto — quando siamo soli davanti a uno schermo.

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