Quando il gioco non ha più confini

Condivido un'intervista "Quando il gioco non ha più confini" che ho rilasciato a Roberto Luppi, giornalista di Fortune Italia, che ringrazio, per uno speciale intitolato "Legalità in gioco" sul gioco illegale. È stata un'occasione per parlare del gioco d'azzardo patologico, cercando di fornire il mio contributo in termini di prevenzione.
A conclusione della lettura, troverete il link per scaricare il PDF dello speciale che include anche l'intervista.
Nel gioco illegale, l’assenza di regole non rappresenta soltanto un problema di sicurezza, trasparenza e tutela economica. Può trasformarsi anche in un potente fattore di rischio psicologico. La possibilità di agire senza essere identificati, la mancanza di limiti e strumenti di autoesclusione e l’impiego di tecniche aggressive per trattenere l’utente possono indebolire progressivamente la capacità di autocontrollo, fino a rendere il gioco una presenza totalizzante.
Il passaggio da un’attività occasionale a un comportamento problematico non avviene necessariamente in modo improvviso. Può essere riconosciuto attraverso alcuni segnali: l’aumento del tempo dedicato al gioco, la crescente intensità delle reazioni emotive e il progressivo restringimento delle relazioni e degli interessi personali. In questa dinamica assume un ruolo decisivo anche l’illusione di poter controllare o prevedere gli esiti, che alimenta la convinzione di poter continuare a giocare senza subirne le conseguenze.
Marco Volante, psicologo e psicoterapeuta, approfondisce i meccanismi emotivi e relazionali che possono favorire la dipendenza, soffermandosi sulle vulnerabilità dei minori e dei giovani adulti. La prevenzione, spiega, non può limitarsi ai divieti: deve aiutare ragazzi, famiglie e adulti di riferimento a riconoscere i segnali di rischio, gestire le emozioni e costruire una relazione più consapevole con il gioco.
Dal punto di vista psicologico, quali sono i principali fattori che possono spingere una persona a rivolgersi a piattaforme o circuiti di gioco non regolati, anziché all’offerta legale?

Per rispondere a questa domanda, devo necessariamente partire da una considerazione. Ogni dipendenza fa riferimento al circuito della ricompensa che, senza entrare nei particolari tecnici, potremmo definire come quel meccanismo che si innesca nel sapere o nello sperimentare, nonché nell'attendere che da quell’azione si produca una risposta che mi gratifichi. Ora, questa ricerca gratificatoria è limitata e regolamentata anche dalla consapevolezza di quanto per me sia importante la reputazione. Partendo da questi presupposti, possiamo definire che i principali fattori che spingono le persone a rivolgersi a piattaforme o circuiti illegali sia proprio il fatto di credere di non poter essere rintracciati, non dovendo (ad esempio) fornire i propri dati. Il basso rischio di essere riconosciuti o identificati permette alla persona di compiere gesti o azione che altrimenti non compirebbero. L’altro fattore che entra in gioco riguarda sempre la percezione: il fatto di non avere nessuno che mi regoli mi permette di agire più liberamente. Per fare un esempio: è come guidare l’auto sapendo che ci sono dei limiti, ma senza che ci sia nessuno a controllarmi. Si innesca il meccanismo per cui non essendo controllato posso andare alla velocità che desidero. In questo senso, credo che la vergogna sia l’emozione che entra in gioco come deterrente rispetto ad un comportamento eccessivo o meno. La vergogna funge da regolatore, innesca una paura legata all’aspetto reputazionale, più che il senso della legalità o della correttezza. Legalità e correttezza richiedono una maggiore consapevolezza, una maggiore attivazione cognitiva che non sempre si innesca in questo circuito.
Le piattaforme non regolamentate possono utilizzare meccanismi particolarmente aggressivi per incentivare la permanenza e la frequenza di gioco? Quali effetti producono sul comportamento dell’utente?
Certamente, le piattaforme non regolamentate possono usare e spesso usano meccanismi particolarmente aggressivi per trattenere il giocatore sui loro sistemi di gioco. Questo, come qualsiasi meccanismo manipolatorio e persuasivo, induce nella persona che sta giocando la percezione che non stia succedendo nulla di male e lo estranea dalla realtà, fino al punto che il soggetto si perde e la sua compulsività non trova argini. Rimane nella persona il senso di un “annegamento”, quasi piacevole; di una impossibilità a fermarsi e di una conseguente devastazione da un lato sul piano economico, fino alla dilapidazione di tutto il patrimonio familiare; e dall’altro sul piano sociale, le relazioni si sgretolano in quanto la persona non vede altro che il rapporto con il gioco. Per non dimenticare il piano individuale di quando, ritornando nella realtà, si ritrova a dover gestire sensi di colpa e smarrimento oltre a fare i conti con la sua incapacità di autocontrollo e la perdita di autostima che inevitabilmente si riversa in modo pervasivo anche su altre aree della sua vita.
L’assenza di limiti, controlli e strumenti di autoesclusione può aumentare il rischio di sviluppare una dipendenza? In che modo?
Proprio questo è uno dei punti fondamentali dello sviluppo di una dipendenza. L’assenza di confini, di limiti auto o etero imposti che porta la persona che gioca a non riuscire ad ancorarsi alla realtà e a finire inghiottita dal potente sistema della ricompensa, che si attiva. Attenzione: qui in gioco non è lo strumento, ma il modo di proporlo e di utilizzarlo. Qualsiasi gioco, e l’uomo è ludico per natura, attiva il meccanismo della ricompensa. Quello che fa la differenza è la capacità di aver fatto esperienza di limite e di sostegno attraverso le figure primarie. Quando l’esperienza personale è attraversata da continue mancanze di confini, ad esempio al bambino non vengono dati chiari e sufficienti “No” o lo stesso si ritrova a vivere in una promiscuità di figure che si prendono cura di lui in modo confusivo, allora non costruisce dentro di sé la capacità di autoregolarsi, nelle relazioni faticherà a portare a termine il raggiungimento del contatto con l’altro. Perderà il suo “potere” di agire nel mondo e lo consegnerà all’oggetto (in questo caso il gioco), accompagnato dal pensiero magico che possa essere lui e ridefinire e sostenerlo.
Quali sono i primi segnali psicologici e comportamentali che possono indicare il passaggio da un’attività occasionale a una forma di gioco problematico o patologico?
Ci sono dei segnali che possono essere individuati sia dalla persona giocatrice che da coloro che gli stanno attorno. Vorrei focalizzarmi su tre di essi: primo fra tutti è il tempo. Quanto tempo la persona dedica al gioco e qui intendo il tempo in termini di ore consecutive. Normalmente, esiste una progressione: più l’individuo sarà “agganciato”, più le ore aumenteranno, fino a che successivamente le tante ore di gioco diventeranno consecutive. Un secondo segnale è l’intensità, cioè vale a dire quanto investimento emotivo l’individuo scarica su quella attività. Per fare un esempio, proviamo a pensare alla rabbia che il giocatore prova di fronte ad una giocata che non ha portato ad una vincita. Questa rabbia è un cenno di stizza o una rabbia incontrollabile? Idem per gli altri stati emotivi quali la delusione, la tristezza, ma anche la gioia che ad un tratto potrebbe risultare a chi guarda: eccessiva, fuori contesto e al di là della realtà. Il terzo dei segnali sui quali mi soffermo è quello che chiamo della “relazione assoluta”. È proprio questo che ci può far dire che la dipendenza c’è. Quando la persona non vede altro nella sua vita che il rapporto con l’oggetto gioco e tutto viene sacrificato per esso. La vita improvvisamente si restringe e tutto ciò che si ha attorno viene allontanato: l’unica relazione che per il giocatore dipendente ha senso è il gioco e la relazione con esso. Si perde di vista il tu che scompare dall'orizzonte personale per lasciare spazio ad un esso che è oggetto.
Qual è il ruolo dell’illusione di controllo, ossia della convinzione di poter prevedere o influenzare l’esito del gioco, nello sviluppo dei comportamenti compulsivi?
L’illusione del controllo ha un ruolo molto importante. In qualche modo nelle risposte precedenti l’ho accennato. Proviamo ad approfondire. Pensare di controllare è differente da tenere sotto controllo. Il primo ha a che vedere con la mente, che generalmente mente, mentre il secondo ha a che vedere con il corpo. Con la prima affermazione rimaniamo nell’ambito dei pensieri liberi e disancorati e non collegati a quello che il proprio corpo sente in quel dato momento o in quella data situazione. Nel corpo ancoriamo i nostri vissuti e registriamo le nostre esperienze. Se da bambini, neonati, non abbiamo fatto esperienza di corpi che ci contenevano e ci sostenevano, pensiamo alle braccia del padre, faremo fatica da adulti a trovare la modalità di contenerci, di darci dei confini, di riconoscere e cercare una relazione che guardi ad un “tu” (soggetto) e non ad un “esso” (oggetto). Faremo confusione tra bisogno e desiderio. Scambieremo il desiderio di realizzare la nostra vita, riempiendo un bisogno, quello del gioco, che ad un certo punto non sarà più neppure nostro in quanto indotto o influenzato da altri.
Esistono categorie maggiormente vulnerabili, come i minori, i giovani adulti o le persone che attraversano difficoltà economiche e personali? Quali forme di prevenzione sarebbero più efficaci per questi gruppi?
Il tema della vulnerabilità è un tema molto importante. Sicuramente ci sono categorie di persone che sono più vulnerabili di altre. Facciamo però attenzione a non dare per scontato che visto che sono così allora saranno vittime del disturbo da gioco d’azzardo. Non esiste mai un andamento lineare di causa-effetto. Conta la soggettività, il percorso personale di ognuno, i vissuti che le persone si portano dentro. Ci sono persone che potremmo far rientrare nella categoria degli economicamente fragili o in quelle dei socialmente emarginati che non hanno nessun problema con il gioco; troviamo invece persone benestanti ed economicamente senza problemi che sono devastate dal gioco d’azzardo. Distinguerei invece i minori e i giovani adulti. Sono convinto che, nel loro caso, sia necessario fare un ragionamento diverso e mettere in atto delle politiche più stringenti soprattutto in termini di prevenzione. Dobbiamo considerare due aspetti della minore età. Innanzitutto, in particolare gli adolescenti, vivono in un “tra”: non sentirsi più bambini, ma allo stesso tempo non essere ancora adulti. È l’età della sperimentazione, della ricerca della propria identità; allo stesso tempo, il cervello di un adolescente non è ancora totalmente formato. Sappiamo che, nello sviluppo, l’ultima parte a formarsi è la corteccia prefrontale che è la sede del ragionamento. Per questi due motivi, gli adolescenti sovente agiscono d'impulso, e sono attratti da ciò che li gratifica maggiormente. Sono i più esposti al circuito della ricompensa, ancora non hanno formato quelle strutture psichiche e psicologiche che si formano con l’esperienza e le relazioni. Con gli adolescenti e i giovani adulti la funzione di confine, di limite viene esercitata dagli adulti. Personalmente, non sono d’accordo sui divieti assoluti generalizzati. Il dibattito che si sta sviluppando sul divieto all’utilizzo di internet dei minori è molto interessante; alcune ricerche che fanno riferimento alla UE (EU Kids online) stanno mettendo in evidenza che i divieti finora imposti non hanno portato ai risultati che ci si aspettava. Nell'ambito del gioco, credo che sia necessario da un lato limitare l’accesso a certe piattaforme ai minori, soprattutto se non accompagnati. In prima battuta, però, credo sia necessario lavorare sulla prevenzione, aiutando da un lato i ragazzi e le ragazze a gestire emotivamente i giochi sia quelli digitali che quelli analogici, portandoli a discriminare quale relazione posso e voglio avere con un gioco per esempio. Un gioco è sempre una modalità di stare in relazione, per cui credo sia importante agire e lavorare sulle competenze relazionali nel e anche attraverso il gioco. E allo stesso tempo agire sugli adulti. A fine giugno, a Rapallo, ho organizzato un convegno proprio sui temi dell'adolescenza e della percezione che di essa ne hanno gli adulti. Da un'indagine che ho sviluppato con l’Associazione Le Metamorfosi APS è emerso che gli adulti sono in cerca di strumenti. Molti dichiarano di non sentirsi pienamente “attrezzati”, soprattutto sul piano delle parole e della decodifica dei segnali. Proprio su questa linea a mio avviso è necessario costruire percorsi di prevenzione con essi.
A questo link della rivista Fortune Italia è possibile scaricare il PDF integrale dello speciale.





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