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Luci di Natale a ottobre: la fretta di diventare e l'arte del "vuoto fertile"

19 ore fa
Tempo di lettura: 5 min
Picnic autunnale
Picnic autunnale

Stamattina, camminando per le vie del mio paese, ho incrociato lo sguardo con un cestello elevatore. Operai al lavoro, cavi intrecciati, sagome luminose issate sui pali: stavano montando le luminarie di Natale.

Mancano ancora due mesi abbondanti. Eppure, la macchina dell'anticipazione si è già messa in moto, colonizzando lo spazio visivo ed emotivo prima ancora che l’autunno abbia finito di spogliare i suoi rami.

Mentre li osservavo, mi è salita una domanda spontanea: qual è la vera necessità di essere già lì? Perché dobbiamo proiettarci nel Natale quando non abbiamo ancora respirato a fondo l'odore di terra bagnata e foglie di fine ottobre?

Viviamo in un tempo che ha dichiarato guerra all'attesa. Correre verso la tappa successiva è diventato un automatismo culturale che ci impedisce di vivere i passaggi, cancellando la preziosa terra di mezzo che separa un evento dall'altro, una stagione dall'altra, una fase dell'esistenza da quella che verrà.

La lezione della natura e l’anestesia del passaggio

La natura è sempre stata la nostra più grande maestra di confini e transizioni. L’autunno non è un inverno mancato; è un momento esatto, una decelerazione necessaria in cui la linfa si ritira verso le radici. Il seme sotto terra non germoglia all'istante: ha bisogno del buio, del freddo, del silenzio per trasformarsi.

Oggi assistiamo a una duplice cancellazione: fuori, con un clima alterato che brucia le mezze stagioni e passa repentinamente dall'arsura estiva alle bufere improvvise; dentro di noi, con un'accelerazione psichica che rifiuta le transizioni. Ma che effetto ha tutto questo sulla nostra salute emotiva? Quando l'ambiente attorno a noi e i ritmi sociali ci impongono di saltare il ponte tra il "prima" e il "dopo", cosa accade all’essere umano?

L'umano ha un bisogno intrinseco di abitare la soglia. Ha bisogno di sostare nell’intervallo tra due stati per comprendere chi sta diventando.

La Gestalt e il "vuoto fertile": digerire la vita per ridefinirsi

Nella psicoterapia della Gestalt, l’esperienza umana si snoda attraverso quello che chiamiamo ciclo di contatto. C’è il momento in cui avvertiamo un bisogno (pre-contatto), andiamo verso il mondo per soddisfarlo, e viviamo l’intensità dell'incontro pieno (contatto pieno). Ma il ciclo non si esaurisce lì.

Dopo l’intensità, si apre la fase più trascurata e fragile della nostra epoca: l’assimilazione e il ritiro.

Assimilare significa letteralmente "fare simile a sé". È il processo mediante il quale mastichiamo ciò che abbiamo vissuto, tratteniamo ciò che ci nutre ed eliminiamo ciò che è scarto. Non è un tempo di azione esteriore; è un tempo di pausa, di apparente immobilità. In Gestalt lo chiamiamo vuoto fertile.

Il vuoto fertile non è assenza o perdita di tempo: è lo spazio in cui l’esperienza sedimenta. È la culla in cui ridefiniamo la nostra identità alla luce di ciò che è appena accaduto. Se dopo un traguardo, un lutto, una rottura o una grande gioia passiamo immediatamente all'obiettivo successivo — esattamente come accendere le luci di Natale prima ancora che arrivi l'inverno — restiamo psicologicamente indigesti. Continuiamo a ingurgitare eventi senza mai diventare diversi, affannati a inseguire un'identità che non ha il tempo materiale di posarsi.

Il prezzo pagato dall’adolescenza: riti perduti e solitudine liquida

Se guardiamo alle stagioni della vita, questo fenomeno mostra il suo volto più delicato e doloroso negli adolescenti.

L’adolescenza è per definizione una terra di mezzo: non si è più bambini, non si è ancora adulti. In passato, le società accompagnavano questo terremoto identitario attraverso i riti di passaggio — studiati magistralmente da antropologi come Arnold van Gennep e Victor Turner. Il rito prevedeva tre momenti precisi: la separazione dal vecchio status, la fase liminare (la soglia, l'incertezza condivisa) e la reincorporazione con un nuovo ruolo.

I riti servivano a due scopi vitali:

  1. Permettere l'assimilazione: metabolizzare la perdita del bambino per fare spazio, con gradualità, alla responsabilità dell'adulto.

  2. Generare appartenenza: il rito non si faceva da soli. Era la comunità che ti riconosceva e ti accoglieva dall'altra parte. Pensiamo anche a riti istituzionali più semplici del nostro recente passato scolastico: l'esame di quinta elementare, l'esame di terza media. Erano soglie formali che scandivano: "Ce l'hai fatta, sei passato oltre, adesso fai parte di questo nuovo gruppo".

Oggi abbiamo progressivamente smantellato questi argini simbolici. Come nota spesso l'antropologia contemporanea e la sociologia clinica (basti pensare alle riflessioni di Zygmunt Bauman o a filosofi come Byung-Chul Han ne La scomparsa dei riti), la nostra è una società a-rituale, che lascia l'individuo solo di fronte alle proprie transizioni.

Senza un rito che certifichi il passaggio e senza un gruppo che ti accolga, l'adolescente non sa più quando e se è diventato grande. Manca l’esperienza del "fare parte". E quando manca una soglia condivisa da varcare insieme, il vuoto non è più fertile: diventa un baratro di solitudine, un'ansia da prestazione costante in cui non ci si sente mai abbastanza pronti, mai del tutto arrivati.

Cosa ci sta dicendo questa mancanza?

Questa fretta perenne, questa cancellazione sistematica delle pause e dei riti, ci racconta della nostra profonda paura del vuoto.

Temiamo l'intervallo perché nella pausa cadono gli alibi operativi ed emergono le domande inevitabili: Chi sono adesso? Cosa è rimasto di me dopo questa perdita, questo successo o questo cambiamento? Dove sto andando? Riempire la scena di luci con mesi di anticipo è un modo per anestetizzare l'ignoto, per evitare il silenzio e per illuderci di avere il controllo sul tempo.

Ma il tempo dell'anima non risponde alla logica della produzione: è un tempo organico, circolare, digestivo. In Gestalt sappiamo che senza assimilazione non c’è vera crescita, solo accumulo. Se ingoiamo un'esperienza dopo l'altra senza mai fermarci a integrarla, rischiamo di vivere tante vite senza abitarne davvero nessuna.

Guarire, allora, significa riappropriarsi del diritto di sostare nella soglia. Significa concedersi il permesso di non sapere ancora chi siamo nell'intervallo tra due capitoli.

Per iniziare a recuperare il valore dell'assimilazione nella vita di tutti i giorni, possiamo provare a introdurre piccoli gesti di cura del tempo:

  • Creare micro-pause di decompressione: Quando concludi una riunione importante, un percorso formativo o una conversazione densa, resisti alla tentazione di passare subito all’azione successiva. Fermati cinque minuti. Respira, bevi un bicchiere d’acqua guardando fuori dalla finestra e chiediti: «Cosa mi porto via di ciò che è appena accaduto?».

  • Onorare i piccoli passaggi: Istituisci dei rituali simbolici personali o familiari. Può essere una cena speciale per salutare la fine dell'anno scolastico prima di buttarsi nell'estate, una camminata in solitaria nel bosco per chiudere un progetto lavorativo, o il semplice gesto di scrivere su un taccuino cosa lasci andare della persona che eri prima di un cambiamento significativo.

  • Abitare l’autunno interiore senza vergogna: Se senti arrivare una fase di stanchezza, di confusione identitaria o di apparente improduttività, non trattarla come un guasto da riparare in fretta. Trattala come il terreno a riposo. Dì a te stesso: «Non sono bloccato, sto assimilando».

  • Restituire confini ai tempi: Allena la pazienza dell'attesa anche nelle cose minute: aspetta che arrivi dicembre per ascoltare le musiche natalizie o per allestire casa; concediti di vivere fino in fondo il buio e l’umido di novembre senza volerlo subito addolcire con la festa.


Spegnere per un attimo le luci artificiali di un futuro anticipato non significa rinunciare alla gioia che verrà. Significa avere il coraggio di sedersi nel crepuscolo autunnale della propria esperienza, lasciando che il ciclo faccia il suo corso e che l'identità si ricomponga, con la sua necessaria e feconda lentezza.

 
 
 

1 commento


Angela
un'ora fa

Grazie Marco per queste osservazioni sull'adolescenza e in genere sui cambiamenti di "status"che la vita ci riserva,rifletto sulle considerazioni del Natale anticipato che oltre a un fenomeno di business,credo sia anche un desiderio impellente di bene,di buono,di legame,di calore che difficilmente trova soddisfazione nel periodo natalizio.un abbraccio angela

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