Il padre non è ciò che manca
- volantemarco
- 23 mar
- Tempo di lettura: 2 min

In questi giorni ha riacceso il dibattito pubblico un’affermazione della ministra Eugenia Roccella: «Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga: le donne hanno la gravidanza, il parto, l’allattamento, gli uomini no». Un’affermazione che richiama un dato evidente.
Ma proprio per questo rischia di chiudere troppo in fretta una questione ben più complessa: la
differenza biologica basta davvero a definire cosa significhi essere padre o madre?
Se spostiamo lo sguardo dalla polemica alla riflessione clinica, la risposta diventa meno scontata. Vorrei provare ad affrontare il tema attraverso le lenti della Psicoterapia della Gestalt in particolare nella lettura del prof. Giovanni Salonia.
Il campo relazionale
La Gestalt Therapy, invita a considerare che l’identità non nasce da una funzione biologica isolata, ma prende forma dentro un campo di relazioni vive. In questo senso, madre e padre
non sono semplicemente due ruoli distinti per natura, ma due modi diversi di essere presenti nella relazione con il bambino.
“La differenza non è solo biologica. È soprattutto relazionale.”
Un contributo decisivo arriva dalla Scuola di Losanna, ripreso con precisione da Salonia, che ha messo in luce come lo sviluppo del bambino non si giochi soltanto nella diade madre–figlio, ma nella triade madre–padre–bambino. È in questa configurazione che il bambino fa esperienza, fin dall’inizio, di una realtà più complessa: non una relazione esclusiva, ma un campo in cui le presenze si intrecciano, si differenziano e si coordinano.
La postura del padre
Il padre, in questa prospettiva, non è definito da ciò che non può fare — non partorisce, non allatta — ma da ciò che introduce nella relazione. È la figura che apre uno spazio ulteriore, che interrompe senza spezzare la fusione originaria, che rende possibile il passaggio dall’essere «uno con» all’essere «uno tra». Non si tratta di sostituire la madre, né di affiancarla in modo accessorio. Si tratta di occupare una posizione specifica nella relazione, una posizione che potremmo definire, con Salonia, una postura.

“Essere padre non coincide con un ruolo né con una
funzione biologica. È una qualità della presenza.”
La capacità di esserci senza invadere. Di porre limiti senza ritirarsi. Di sostenere la relazione anche quando si fa complessa. Il coraggio di rappresentare un’alterità che non rompe il legame, ma lo rende più ampio e più reale.
Due semplificazioni da evitare
Se riduciamo la paternità alla differenza biologica, rischiamo di impoverirla. Se la pensiamo solo in termini di equivalenza con la madre, la rendiamo indistinta. La prospettiva gestaltica evita entrambe le semplificazioni e ci restituisce un’immagine più esigente: quella di una presenza che prende forma dentro la relazione, non prima.
Anche il tema dei congedi parentali, alla luce di questa visione, cambia profondamente significato. Non si tratta solo di distribuire tempi o funzioni, ma di creare le condizioni perché il padre possa realmente entrare in gioco nella triade — costruendo una presenza che non sia di supporto, ma strutturante.
La differenza biologica esiste, e non va negata. Ma non esaurisce il discorso. Ciò che davvero incide nello sviluppo del bambino è la qualità del campo relazionale in cui cresce. E in quel campo, il padre non è definito da ciò che manca — ma da come sceglie di esserci.



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