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La Peste di Camus: Riflessioni sulla Responsabilità e il Dolore

Aggiornamento: 4 mag


Si è concluso da poco il nostro consueto gruppo di lettura mensile. Questa volta, tra le mani e nei pensieri, avevamo "La Peste" di Albert Camus. Un libro che non è un semplice romanzo, ma un banco di prova per l’anima. Mentre discutevamo, fuori la sera si preparava a celebrare il 25 Aprile, l’anniversario della nostra Liberazione dal nazifascismo.


È stato impossibile non tracciare un filo rosso tra le pagine di Camus, la realtà storica della Resistenza e la nostra ricerca di senso quotidiana. Ne è emersa una riflessione che vorrei condividere qui, muovendoci tra tre pilastri: l’Assurdo, il Dolore e la Responsabilità.


L’Assurdo e la Ricerca di Senso


In una Orano isolata dal contagio, Camus ci mette davanti all’Assurdo: il divorzio tra il nostro desiderio di ordine e il silenzio irragionevole del mondo. Di fronte alla malattia che colpisce a caso, la tentazione è il nichilismo o l'indifferenza.


Eppure, è proprio qui che si inserisce la lezione di Martin Buber. Per Buber, la vera esistenza non accade nell'Io isolato, ma nello spazio della relazione, nell'Io-Tu.


  • La responsabilità non è un dovere astratto, ma la capacità di dare una risposta (re-sponsus) a un appello.

  • I protagonisti del libro, come il dottor Rieux, non combattono la peste per eroismo ideologico, ma perché l'Altro – l'ammalato, il vicino, il sofferente – rivolge loro una domanda a cui non possono sottrarsi.


Essere responsabili significa uscire dalla logica dell' "Io-Esso" (dove l'altro è un numero o un caso clinico) per entrare in quella del "Tu", dove l'umanità dell'altro mi riguarda personalmente.


Il Dolore Innocente e la Fertilità della Ferita


Il momento più atroce del romanzo è la morte del figlio del giudice Othon. È il dolore innocente che distrugge ogni teodicea, ogni spiegazione logica. Davanti a questo strazio, la nostra mente cerca di fuggire.


Tuttavia, guardando attraverso la lente della psicoterapia della Gestalt, impariamo che esiste un modo diverso di stare nella sofferenza: il concetto di dolore fertile. Il dolore diventa fertile non quando viene spiegato, ma quando viene contattato pienamente.


“Il dolore diventa fertile non quando viene spiegato, ma quando viene contattato pienamente.”


Se restiamo nel "qui e ora" della ferita, senza anestetizzarci, quel dolore si trasforma. Da evento subito che ci paralizza, diventa un’energia che ci spinge verso l'altro. La fertilità del dolore risiede nella sua capacità di abbattere le barriere dell'egoismo e di generare un'intenzionalità di cura. Chi ha sofferto e ha saputo abitare quel dolore è spesso colui che meglio sa tendere la mano.


La Resistenza come Guarigione Collettiva


Non è un caso che Camus abbia scritto La Peste come allegoria del nazifascismo. La "peste bruna" era l'assurdo morale che tentava di soffocare l'Europa. Celebrare il 25 Aprile oggi significa ricordare chi ha scelto di essere "medico" in un tempo di epidemia etica. I partigiani, i resistenti, non erano superuomini: erano persone che hanno trasformato il dolore per la libertà perduta in un'azione collettiva.


Hanno praticato quella che potremmo definire una Gestalt sociale: hanno smesso di guardare lo sfondo del disastro per mettere a fuoco la "figura" dell'impegno. La Liberazione non è stata solo la fine di un incubo, ma l'inizio di una nuova responsabilità: quella di restare vigili.


Qual è la Nostra Peste Oggi?


Il gruppo di lettura mi ha lasciato un interrogativo aperto: qual è la "peste" che oggi rischia di renderci indifferenti? E come possiamo trasformare il nostro disagio in un dolore fertile capace di generare risposte?


Forse la risposta sta proprio in quel passaggio di Buber: non cercare il senso della vita in astratto, ma trovarlo nella risposta che diamo ogni giorno alle persone che incontriamo sul nostro cammino.


Buona Liberazione a tutti.

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